Il circuito della memoria nell’autismo

 La dimensione che ha interessato maggiormente gli studiosi della mente è proprio quella emotivo-affettiva, quella che consente all’individuo di registrare le esperienze più significative a partire dai primi giorni di vita. La costruzione della memoria implicita nasce proprio da “modelli mentali” che si costruiscono sin dall’inizio della vita e ovviamente comprendono gli stili di attaccamento, ma anche le diverse modalità percettive individuali. 

“La mente è la dimensione del significato, la mappa che contiene tutte le informazioni, tra loro collegate, che consentono di dare senso agli stimoli. Da diversi anni sappiamo che i danni al cervello cambiano la mente, in relazione alla sede e all’estensione, da pochi anni sappiamo che l’attività mentale modifica continuamente il cervello (tra l’altro i diversi tipi di memoria funzionano proprio attraverso la creazione di nuove connessioni e la modificazione di quelle esistenti)”.

Abbiamo visto che gli studi scientifici assegnano il controllo della memoria in primis al sistema limbico. 

 Però l’ippocampo è la struttura chiave che porta alla formazione dei ricordi. Nell’ippocampo è più attiva la neurognesi (la formazione sempre nuova di nuove cellule neurali), cellule fondamentali per la memoria. L’ippocampo in particolare interviene nel controllo della memoria esplicita (preposta ai processi cognitivi), mentre l’amigdala è la regista della memoria implicita. Ma in questo caso si utilizzano essenzialmente strutture cerebrali che attivano soprattutto immagini ed emozioni ed è questo il sistema principalmente utilizzato nell’autismo. Immagini-schema ed emozioni-guida. 

Ricordiamo però che è sempre l’amigdala che regola le reazioni di allarme, che risponde secondo schemi consolidati, che attiva una serie di risposte fisiologiche e comportamentali. Quando il sistema è coinvolto emotivamente in una risposta di stress è difficile che possa fissare in memoria cosciente le informazioni (a causa di fenomeni di interferenza retroattiva e/o di interferenza proattiva). Tuttavia l’amigdala riesce comunque a connotare di significati emotivi quell’esperienza ed a mantenere in memoria – come impressa su una lastra – quell’esperienza. Con i suoi parametri percettivi.

È normalmente dopo il secondo anno di vita che, grazie allo sviluppo dell’ippocampo, si organizza la memoria esplicita che permette l’immagazzinamento delle esperienze che faranno parte della storia autobiografica del soggetto, che andranno a costruire il senso del sé. Ma è proprio dopo il secondo anno di vita che spesso si evidenziano le differenze di funzionamento dei bambini autistici. Se prima non si sono colti i “segnali” che caratterizzano le differenze di “coinvolgimento” dei bambini con autismo, a partire dai due anni si evidenziano inequivocabilmente atteggiamenti atipici nello sviluppo.

 Le rappresentazioni concettuali (o categoriali) sono indispensabili per riuscire ad organizzare e classificare le rappresentazioni percettive per poi trasformarsi in significati linguistici e diventare rappresentazioni linguistiche, ma nell’autismo il mondo delle rappresentazioni non è un mondo cognitivo condiviso, è spesso un mondo frammentato, con fissazioni, con ossessioni, paure immotivate. Persone come Temple Grandin e Donna Williams insegnano che è proprio partendo da quelle “fissazioni”, connotandole di significati emotivi rinforzanti, che è possibile ricostruire vie neurali distorte e dare un senso alla costruzione dei significati.

 È l’emozione che regola “i processi modulatori che favoriscono la formazione di nuove sinapsi attraverso un aumento della plasticità neuronale”. 

Daniel Siegel riporta alcuni studi sulla proteina Creb-1 che sembra attivi i geni inducendo la sintesi di proteine necessarie alla formazione di connessioni sinaptiche. La proteina Creb-2 sembra invece responsabile del trasferimento delle informazioni dalla memoria a breve a quella a lungo termine, processo che è sottoposto ad un controllo inibitorio di geni soppressori specifici. L’attivazione della proteina Creb-1 sarebbe l’evento chiave per l’induzione della sensibilizzazione ad uno stimolo della memoria che ha la funzione “migliorare la percezione degli stimoli” recentemente incontrati: quando l’esposizione ad uno stimolo influenza la risposta ad uno stimolo successivo). Infatti l’iniezione di anticorpi che bloccano il funzionamento di CREB all’interno del neurone sensitivo, impedisce il manifestarsi della sensibilizzazione a lungo termine.

Quindi sarebbe l’attivazione della proteina Creb-2, secondo Siegel, a trasformare lo stimolo in memoria a lungo termine. Si tratta della spiegazione chimica di un fenomeno epigenetico: l’attivazione o meno di una proteina.

 La memoria a breve termine privilegia le caratteristiche fisiche dello stimolo, mentre la memoria a lungo termine privilegia il significato dello stimolo e tiene in scarsa considerazione le sue caratteristiche fisiche (ad es.: le parole gonna, donna e nonna sono confondibili nella memoria a breve termine perché simili fonologicamente, ma non lo sono nella memoria a lungo termine, perché sono diverse nel significato). Per cui bambini che apparentemente confondono in un discorso alcune parole, in realtà ne possono avere molto chiaro il significato.

 

 La memoria a breve termine è dovuta quindi a cambiamenti transitori dell’attività sinaptica dei neuroni cerebrali, indotti dallo stimolo sensoriale (tattile, olfattivo, gustativo, visivo, acustico). Sistemi che, abbiamo visto, sono già molto compromessi nell’autismo. I bambini con autismo faticano proprio nell’apprendimento a breve termine delle piccole cose, a meno che non si segmenti in modo minuzioso l’insegnamento – apprendimento e non si leghi ogni sequenza a situazioni emotivamente coinvolgenti. A quel punto quello che viene appreso può diventare davvero indelebile.

La memoria a lungo termine si basa su due sistemi distinti: la memoria implicita o procedurale e la memoria esplicita o dichiarativa. 

La memoria implicita è essenzialmente quella necessaria ad acquisire capacità motorie, verbali o cognitive. È implicita nella creazione di modelli mentali e comportamentali, quindi contribuisce ad anticipare il futuro in base al passato. È la memoria implicita che facilita la memorizzazione di una prestazione senza che sia necessario averne un ricordo cosciente. La memoria implicita infatti non è né cosciente né verbalizzabile. Questa memoria, è anche definita “memoria di lavoro” o “procedurale”, perché è quella funzione che permette di mantenere temporaneamente attiva una rappresentazione (ad es.: un numero, un gesto, una parola) per poterla manipolare mentalmente perché possa essere riutilizzabile (come per alcuni autistici che usano il linguaggio ecolalico e che hanno in memoria centinaia di dati su un singolo argomento di loro interesse). I processi di registrazione di questo tipo di memoria non richiedono né ATTENZIONE focalizzata, né COSCIENZA. È un tipo di memoria che permette di scegliere tra i vari oggetti quello che era stato percepito precedentemente, anche senza l’intervento della coscienza.

La memoria di lavoro si basa esclusivamente su cambiamenti funzionali delle sinapsi che portano ad un aumento della probabilità di un’attivazione neuronale temporanea. La memoria di lavoro è mediata dall’amigdala, non ha ancora bisogno del contributo dei lobi e dell’ippocampo. Mentre queste due strutture servono indubbiamente integre e ben funzionanti per la memoria esplicita o dichiarativa. La memoria di lavoro non richiede un’attivazione genica e una sintesi proteica (CREB o altro), mentre ciò è indispensabile per il consolidamento della memoria esplicita.

 La memoria esplicita può essere di tipo semantico – la memoria dei fatti o delle conoscenze generali (coscienza noetica: è presente l’informazione, ma non il ricordo di sé) – oppure può essere una memoria di tipo episodico, o memoria degli avvenimenti, che è la memoria che contiene gli elementi del passato individuale (o autobiografica) e quelli prospettici delle azioni future. È in questo ultimo passaggio che avvengono i processi di consolidamento corticale e i ricordi entra- no a far parte di una memoria permanente.

 È soltanto durante il secondo anno di età che i bambini iniziano a sviluppare una memoria esplicita o dichiarativa, che comprende sia processi semantici che episodici. E questi processi sono mediati dall’ippocampo e dalle aree prefrontali (in particolare dalla corteccia orbito-frontale). Nel periodo antecedente lo sviluppo della memoria dichiarativa, il cervello può registrare solo ricordi di tipo implicito: comportamenti, emozioni, percezioni, esperienze legate alla somato- sensorialità che veicolano contenuti affettivi. Ma se il danno da stress continuo (che può essere dovuto all’esperienza dell’orfanotrofio; ma anche ad un condizionamento dell’asse HPA; o – più semplicemente – ad una difficoltà nello smaltimento dei tossici assorbiti, difficoltà che comporta anche questa uno stress importante, che incide pesantemente sia sulle strutture nervose, sia sugli aspetti somato-sensoriali) sopprime il passaggio da una forma di memoria all’altra, l’unica forma di risposta che il bambino con autismo continua a produrre è legata alla memoria implicita, (richiamo inconsapevole di immagini-schema ed emozioni-schema), quella che lo costringe esclusivamente a continuare a tenere acceso il meccanismo dello stress.

 

Per questo evidenze scientifiche oggi sostengono l’ABA (APPLIED BEHAVIOR ANALYSIScome strumento di abilitazione per le persone con autismo, perché il metodo si fonda tutto sulla motivazione e sul rinforzo, che tengono accesa l’amigdala sull’interesse; mentre spegne il sistema dello stress in quanto calibra le richieste di prestazioni sulla base della valutazione sistematica delle competenze realmente possedute. Inoltre il metodo ABA si incentra sulla individuazione esatta dei “vuoti” cognitivi tramite The Assessment of Basic Language and Learning Skills-Revised (The ABLLSTM-R) e sulla loro saturazione, segmentando le sequenze didattiche e monitorandone l’acquisizione.

Uno step by step che, se collocato in mani veramente esperte, permette di costruire efficacemente un diagramma di flusso degli apprendimenti, ricostruisce con il bambino i processi narrativi del suo percorso, gli assicura una strutturazione di un’identità valida creando l’attenzione condivisa e restaurando le corrette vie corticali, implementando e costruendo i pilastri della memoria. L’unico vero problema è che ancora oggi, in Italia, pur avendo le linee SIMPIA già nel 2005 riconosciuto validità a questo tipo di cure, queste non vengono applicate né finanziate dal Sistema Sanitario Nazionale. E molti professionisti si improvvisano tali, dissanguando inutilmente le famiglie...

 Letizia Bernardi Cavalieri, Frammentare l’iceberg, 2012, Ed. Armando, Cap. 7.2.

 

   
   
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