Il ruolo dell’amigdala nella costruzione della memoria

 

La difficoltà nella processazione degli stimoli in ingresso, da parte delle persone autistiche, tiene sempre acceso il meccanismo di risposta stressoria, tipica della paura.

“Nella comprensione della neuroanatomia funzionale della paura dobbiamo soprattutto sottolineare l’esistenza di due modalità nella processazione degli stimoli potenzialmente pericolosi. Una modalità precisa ma lenta e una grossolana, ma rapida. La prima modalità implica la processazione dello stimolo anche da parte della corteccia frontale, cioè l’analisi approfondita delle sue caratteristiche, del suo potenziale valore pericoloso e delle varie interpretazioni alternative, mentre la seconda si attiva rapidamente, senza coinvolgere l’attivazione della corteccia e quindi in maniera inconsapevole. La necessità della via rapida è data dalla relativa maggiore importanza della velocità della risposta emotiva rispetto alla precisione per gli stimoli che mettono a rischio la sopravvivenza”[1].

 

Processazione degli stimoli pericolosi, Bellodi e Perna (2006)

La processazione degli stimoli, in queste condizioni, avviene sempre attraverso la via rapida e... grossolana.

“Il sistema mente-cervello svolge la funzione di raccolta ed elaborazione di tutti i segnali per monitorare la realtà, organizzare i comportamenti e progettare la sede dei processi di autoregolazione: con questo ci si riferisce a quelle attività che l’individuo svolge per coordinare ed indirizzare l’insieme delle sue funzioni (cognizione, emozioni, azioni, rappresentazioni dell’ambiente) in modo finalizzato (raggiungimento di obiettivi). È qui, appunto, che vengono svolte le funzioni di percezione e di decisione, a livello cosciente o inconscio: infatti la maggior parte delle informazioni non arriva alla coscienza per motivi “economici”. La coscienza si può occupare di una cosa alla volta... Quando qualcosa arriva all’attenzione del sistema cervello-mente, elaborazione dello stimolo vuol dire tradurlo in una informazione, e per fare questo è necessario attribuirgli un significato: potremmo dire che questo è il processo del ‘cos’è’. Ma accanto a questo è necessario sapere anche di quella cosa ‘com’è’: e qui entrano in ballo le emozioni”[2].

Le emozioni sono “repertori di risposta fisiologica” trasmessi fondamentalmente per via ereditaria, universali per tutti gli esseri viventi. Le emozioni – infatti – hanno una funzione dal punto di vista evolutivo, quella di predisporre l’individuo ad attivare risposte in determinate circostanze e di trasmettere agli altri esseri viventi il contenuto di quelle risposte.

“Le emozioni sono legate al “valore” di uno stimolo (novità, piacevolezza, spiacevolezza, pericolosità, ecc.) ed in base a questo innescano una reazione nell’organismo, uno stato di attivazione fisiologica che viene definito arousal, un comportamento espressivo (le espressioni facciali sono indicatori universali delle emozioni) ed una propensione all’azione. Questo insieme di reazioni che interessano il corpo vengono percepite dall’individuo e sono la componente psicologica dell’emozione, il vissuto che l’accompagna: così l’emozione ha sempre una componente fisiologica ed una psicologica, modifica il corpo e la mente”[3].

“L’integrazione tra aspetti cognitivi ed emotivi avviene in uno stretto dialogo tra le aree della corteccia prefrontale e del sistema limbico. Come illustrato da Lazzari nella figura (‘il circuito di regolazione cognitivo-emotiva’) esistono tuttavia situazioni dove un segnale può arrivare direttamente ai centri limbici ed innescare una prima risposta emozionale. Questo è legato al valore dello stimolo per la persona: più ‘pericoloso’ è lo stimolo o più bassa è la sensibilità emozionale, tanto maggiore sarà l’attivazione di questa via emotiva, diretta e ‘calda’ (perché, appunto, tutta emozionale). Negli altri casi si utilizza la via più lenta, più ‘fredda’, ma più precisa che passa per le cortecce e attiva l’emozione solo dopo un primo controllo cognitivo del segnale (prima il bianco e nero e poi il colore)”[4].

Letizia Bernardi Cavalieri, Frammentare l’iceberg, 2012, Ed. Armando, Cap. 7. Il ruolo dell’amigdala nella costruzione della memoria.

[1] Bellodi, L., Perna, G., Emozioni e neuroscienze, p. 48 in Rossi, A. (a cura di), Psichiatria e neuroscienze, Milano, Masson, 2006.

[2] Lazzari, op. cit., pp. 109-110. 3 Ivi, p. 111.

[3] Lazzari, op. cit., p. 111.

[4] Lazzari, op. cit., p. 114.

   
   
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