“Vado…  a vivere da solo”

PROGETTO DI COMUNITA’ RESIDENZIALE PER PERSONE DIVERSAMENTE ABILI

             (titolo del Progetto e testo integrale depositati alla SIAE)

  

 

 

  • qualità ambientale
  • qualità dei  servizi di protezione della persona
  • percorsi di formazione “su misura

 

Dott.ssa Bernardi Letizia

(psicopedagogista) 

Dott. Cavalieri Massimo

(architetto) 

M.Rosaria Gitto

(architetto)

   Il modello che vogliamo proporre non prevede una Comunità residenziale destinata esclusivamente a quando la famiglia non ci sarà  più o non ce la farà più (dopo di noi) e quindi sparirà o potrà trovarsi nelle condizioni di dover allontanare la persona disabile, ma una Comunità residenziale con la famiglia (durante noi), che dia delle prospettive e certezze per il futuro, che possa essere fruita da subito con l'attivazione dei servizi di Comunità Programmata, servizio  nel quale la famiglia, finché ci sarà,  potrà  assumere un ruolo, sia presente, co-progetti, controlli la qualità del servizio, elabori le sue ansie sul futuro dei figli, impari a fidarsi di chi via via li supporta e li sostituisce. E’ questo l’unico modo per dare dignità alla vita della famiglia del disabile che non vuole ricorrere alla delega ma ha bisogno di un supporto per separarsi serenamente dal figlio, senza morirne di dolore.

 

 IL PROGETTO ARCHITETTONICO

       Il progetto è inserito nel programma quadriennale di cui alla legge 179/92 ed alla Deliberazione di G.R. n.788 del 20.2.96 con una una proposta di “Comunità Alloggio e Centro Socioriabilitativo” elaborata in accordo con la deliberazione CIPE 16.3.1994, punto 2.5.3: interventi destinati alla soluzione dei problemi abitativi di particolari categorie sociali (nel caso specifico: portatori di handicap).

    La forte valenza sociale dell’intervento, la presenza di spazi e funzioni fruibili da parte della collettività (laboratori, sala riunioni, palestra), pluralità delle funzioni proposte fanno del presente intervento una possibile occasione di integrazione e di fruizione collettiva degli spazi attrezzati e del verde.

   Il progetto riguarda la realizzazione di una comunità residenziale per soggetti disabili e portatori di handicap. L'obiettivo è quello di dotare il comprensorio di una struttura adeguata alle moderne esigenze e sensibilità  nel campo dell'assistenza e dell'accoglienza.  

    Gli alloggi da prevedere saranno  quindi completi ed autonomi, utilizzabili sia da persone con ridotte capacità motorie ma autosufficienti, che da soggetti bisognosi di assistenza continua.  Il complesso delle case sarà anche  altresì dotato di spazi comuni da destinare ad refettorio, segreteria, laboratori, cucina, sala riunioni per consentire momenti importanti di socializzazione e soprattutto prefigurare funzioni complesse che vanno dall'accoglienza diurna di altri soggetti disabili, che troverebbero sia all'interno sia all'esterno spazi appositamente studiati, all’ organizzazione di incontri e riunioni, alla formazione scientifica del personale e alla informazione sui temi dell'assistenza e dell'handicap, alla promozione di studi e ricerche.

      L'andamento orografico del terreno dove collocare gli immobili consentirà la realizzazione di corpi di fabbrica bassi o addirittura parzialmente incassati nel terreno in modo che si possano inserire senza fratture nel contesto urbano; particolarmente interessante sarà la creazione di spazi-laboratorio che diventeranno il fulcro del progetto e dell'attività di assistenza; saranno altresì utilizzati per funzioni di servizio i volumi interrati.    

   Il progetto tiene conto sia delle problematiche di carattere socioambientale – localizzazione dell’intervento in un contesto che possa favorire l’integrazione sociale e gli scambi con la comunità – sia delle caratteristiche bioclimatiche (microclima, esposizione, insolazione, venti dominanti).

    Le due coordinate metodologiche hanno definito la tipologia progettuale individuata in corpi di fabbrica ad un solo piano costituenti moduli abitativi; ciascun modulo è composto di quattro appartamenti che si affacciano su uno spazio comune adibito a soggiorno ed alla vita di comunità, ma anche agli incontri ed agli scambi. I moduli sono quattro, distinti ma collegati da percorsi coperti ed intervallati dagli spazi comuni. L’obiettivo era quello di creare un percorso, una sorta di metafora architettonica del percorso della vita, con delle aree di sosta e di riflessione: il percorso è sempre in diretto contatto con l’esterno tramite ampie vetrate, aperte durante la buona stagione, che si affacciano sulle zone sistemate a giardino.

   Gli spazi comuni saranno caratterizzati da destinazioni funzionali (lettura, musica, attività multimediali, attività artigianali) e/o da riferimenti tematici (a carattere ambientale: il bosco, il mare, la montagna ecc.; a carattere socio-urbano: la bottega artigiana, l’edicola di giornali, il mercato, la piazza).

Lo spazio architettonico è una metafora dello spazio mentale "Linee ortogonali, angoli retti, la ripetitività modulare, sono tutte scelte che si collegano alla nostra intelligenza logico-razionale che corrisponde all’emisfero sinistro del cervello. Un’architettura più organica, più random, casuale, fatta di linee morbide, tavoli rotondi, spazi vuoti, permette al contrario attività sottocorticali, come intuizione e creatività” (Jader Tolja: Pensare con il corpo, Zelig editore). Vogliamo offrire ai ragazzi che saranno i fruitori di questa struttura entrambe le opportunità di stimolo, quella logica e quella intuitiva, ed abbiamo così distinto l’intervento a seconda delle funzioni: la parte abitativa è caratterizzata da strutture modulari ripetute ed immediatamente percepibili in quanto rappresentano l’archetipo della casa, la sensazione dovrà essere di accoglienza, qualcosa di già noto, che non sia nemmeno lontanamente assimilabile a spazi ospedalieri o di altre strutture sanitarie; il percorso di collegamento, orizzontale e verticale, non è mai monotono, cambiano i punti di vista, cambiano le prospettive, è inclinato, semicircolare, proiettato verso l’esterno, sarà realizzato anche con materiali, finiture e colori diversi; si aprirà sugli spazi comuni che hanno una doppia altezza ed una illuminazione zenitale e rappresentano episodi di attività e/o momenti di vita; la parte destinata a centro socio riabilitativo ed ai servizi comuni (laboratori, cucina, mensa, teatro e palestra) ha la forma di un cuore, linee arrotondate, fonti di luce imprevedibili, materiali di rivestimento con forte caratterizzazione materica. 

  Nella realizzazione del progetto, anche il colore avrà una parte preponderante per la caratterizzazione degli spazi sia residenziali, sia collettivi: una parete dipinta di azzurro determina una percezione ed una reazione diverse da quelle provocate da una parete dipinta di rosso o di arancione.

In sintesi vogliamo che sia realizzato un intervento che risponda ai requisiti:

-      della bioarchitettura (benessere ambientale, uso razionale delle risorse climatiche ed energetiche, uso di materiali e tecniche biocompatibili, utilizzazione di sistemi di aerazione, ventilazione e captazione dell’energia solare);

-    dell' accessibilità (completa eliminazione delle barriere architettoniche, fruibilità degli spazi interni ed esterni);

-      dell’integrazione sociale (rapporto con le realtà esterne e relazioni tra la comunità alloggio e la più ampia comunità urbana);

-      di offrire un linguaggio architettonico favorevole allo sviluppo delle capacità cognitive, emotive e percettive (colore, materia, forma, suono, luce).

  

 IL progetto pedagogico

"VADO A VIVERE DA SOLO"

 

-    Il progetto nasce dalla volontà di superare un’idea di ormai obsoleta di istituzionalizzazione (in assoluto contrasto anche con le norme vigenti) e dall’esigenza di scongiurare nuove forme istituzionali di “abitazione” che possano essere in qualunque modo in contraddizione con il concetto di inclusione sociale delle persone con disabilità. Questo progetto si propone perciò  di  realizzare concretamente l’integrazione sociale in un contesto abitativo dove valorizzare le abilità (abilitazione) nei diversamente abili creando strutture abitative dove consentire uno stile di vita e relazioni familiari, con la partecipazione attiva della famiglia di origine alla vita abitativa e sociale della persona diversamente abile.

-      L’inserimento nella più ampia comunità, accompagnato ad un discorso di sviluppo dell’autonomia, va di pari passo con la possibilità di cominciare a costruirsi uno spazio abitativo originale, progettato per rispondere ai differenziati bisogni dei diversi utenti. Il progetto  parte da un’idea di assoluta dignità della persona disabile che necessita però di puntelli sociali per essere facilitata nel suo inserimento nella comunità e prevede pertanto  la strutturazione  di situazioni significative in contiguità con la vita della famiglia di appartenenza.

-       Un sostegno per la famiglia di origine che non vuole “liberarsi” del problema del figlio, ma che, avendo dedicato tutta l’esistenza alla sua crescita, al suo accudimento, alla sua realizzazione, ha bisogno di una rete sociale di protezione per continuare a mantenere il rapporto integro e vitale, per avere spazi di vita di dignità che consentano ancora di godere del rapporto affettivo senza soccombere alla fatica. L’idea di casa quindi si differenzia in modo sostanziale dall’idea di istituzionalizzazione, cerca invece di coniugare il bisogno di autonomia con i bisogni di accoglienza, integrazione, sostegno, mediazione culturale.

     L’iniziativa vuol rappresentare un’esperienza pilota che vorrebbe portare, nel tempo, alla validazione dell’esperienza (verificare l’efficacia e la trasferibilità del modello).

     La comunità delle case deve essere anche urbanisticamente inserita nella collettività e sorgere a poca distanza dal centro del paese, in un quartiere abitato e fornito di servizi e di impianti sportivi. Case tra le altre: alloggi di circa 50 mq. da vivere ciascuno in autonomia, talvolta supportati da figure familiari o da personale specializzato nell’integrazione e nel potenziamento delle abilità residue; talvolta, quando ne sussistono le condizioni, da vivere invece assolutamente da soli, in modo da veder crescere un’identità distinta e separata da quella dei familiari, nonché per sviluppare il proprio percorso personale di autonomia, semplicemente supportati da un gruppo di educatori che sostengano e facilitino il processo.

     Un territorio urbanizzato  “a misura d’uomo” dove gli utenti delle case possano avvertire i servizi e gli impianti, le case e gli abitanti, come accoglienti e recettivi, facilitando nel contempo anche l’abbattimento di numerosi stereotipi e pregiudizi che hanno portato nei secoli precedenti all’emarginazione ed all’esclusione. Un laboratorio protetto (con il teatro, la palestra, i laboratori per le diverse attività strutturate) da vivere collettivamente, aprendo le strutture alle esperienze di volontariato già presenti sul territorio, al fine di realizzare anzitutto l’integrazione con gli altri diversamente abili  con i quali gli adulti della casa hanno già un rapporto di condivisione dei vissuti. Piani Individualizzati di Assistenza (PIA) fondati sull’osservazione sistematica dei bisogni e delle abilità, sul monitoraggio costante verificato attraverso procedure standard di rilevazione dei risultati conseguiti durante il percorso e di osservazione obiettiva del processo. Anche il contesto sociale in cui la comunità dei diversamente abili è inserita avrà bisogno di mediatori comunicativi, di riunioni di quartiere, di promozione di iniziative che portino all’inclusione anziché all’esclusione.  Una ricerca di indicatori di qualità che consenta all’esperienza di essere validata. Un modello da seguire, da riproporre ad altre realtà.

     L’esperienza cerca di realizzare un modello sociale in cui possano convivere ed integrarsi a vicenda due modelli, quello abitativo e quello pedagogico, che puntano, ambedue, allo stesso obiettivo: migliorare e garantire il benessere relazionale e personale della persona diversamente abile. Il paradigma abitativo è quello che centra i diversi moduli abitativi sui bisogni specifici della speciale categoria di utenti e tiene conto del dentro e del fuori, in una visione ecologica dell’abitare.

    Ogni quattro abitazioni sono riunite intorno ad un corpo centrale: il salotto di casa, il luogo d’incontro e di scambio, l’angolo protetto, dove lo scorrere del tempo e della vita vengono raccontati da scenari diversificati rappresentanti le diverse stagioni, dove ogni spazio interno si collega e riunisce tutti gli abitanti della casa in un percorso comune, rappresentante la metafora della vita sociale. Il paradigma pedagogico invece riassume le istanze di grandi autori come Horward Gardner, che centra l’osservazione dei mondi cognitivi intorno a otto tipi di intelligenze; come Goleman, che è più attento al clima educativo; come  Olson che punta molto sui diversi media e su uno stile di istruzione che assicuri la crescita formativa, anche e soprattutto nei casi di disabilità; come Wigotskij, più   rivolto ai bisogni di integrazione sociale; includendovi  anche il metodo abilitativo, più attento invece alle componenti d'intervento finalizzate al miglioramento delle abilità personali.

 

VERSO LA REALIZZAZIONE DI UN  SOGNO…

   Questa volta speriamo che non ci si debba svegliare, ma che come nelle favole, la bella principessa baci il brutto rospo per vederlo trasformare in un bel principe. E che la favola diventi realtà. Desideriamo che i ragazzi che entreranno in quelle case possano finalmente credere nel fatto di avere anche loro una possibilità: un percorso di separazione dalla famiglia identico a quello dei fratelli e delle sorelle normali quando, una volta adulti, decidono di lasciare il nido domestico per cercarsi un nuovo nido, in piena autonomia. Una casa loro, fatta di mattoni e di colori, di forme allungate e curve sinuose, dove trovare gli spazi giusti per comunicare, per parlare, per sentirsi “in compagnia”, per scambiarsi vissuti senza il noioso controllo di mamma e papà, ma con la certezza di poterle ritrovare le loro braccia, le loro coccole, fino a quando lo vorranno o fino a che il destino lo consentirà loro. Perché il percorso di autonomia e di reinserimento sociale che i genitori  stanno preparando per loro si potrà definire concluso quando sarà nata la famiglia allargata, la comunità del territorio, che saprà accompagnarli oltre e senza i genitori. Un progetto di sviluppo quindi, che non ha nulla a che vedere con l’istituzionalizzazione e che non somiglia nemmeno lontanamente ad un’ipotesi di ospedalizzazione. Ma consente di volare con le proprie ali per diventare sempre di più se stessi, consente di affrontare le sfide della vita sapendo di poter contare sulla grande comunità dentro e fuori le mura della nuova casa.

      Il progetto intende costruire un modello sociale in cui ogni persona, ogni residente della casa, viene messo nelle condizioni di poter valorizzare le sue attitudini e le abilità pregresse, fino a farle diventare vere e proprie capacità. Un modello su misura per  ogni soggetto diversamente abile che, attraverso un lavoro attento e qualificato da parte delle famiglie e degli operatori, centrato sull’accompagnamento e sul sostegno, diventi capace di percorrere le strade della costruzione di relazioni stabili ed efficaci, del sapere, della formazione, delle ipotesi occupazionali, del saper vivere “da soli”. Un paradigma modulare, dove i diversi Piani Individualizzati di Assistenza (PIA)  si concentrino sullo sviluppo delle competenze o delle abilità residue, centrando sia l’organizzazione dei diversi  moduli abitativi, sia i percorsi formativi. Ogni casa è un mondo a sé, ogni stanza deve poter costituire la memoria storica di un passato che pure c’è, dentro e oltre la sua diversità. Per questa ragione anche gli arredi non vorranno avere una veste unica, ma dovranno essere scelti con i ragazzi e con le famiglie dei ragazzi che le abiteranno. Dovranno, in qualche modo, riprodurre l’ambiente abitativo fino a quel momento vissuto, dovranno provocare un desiderio di “casa propria”. Come  avviene per ogni ragazzo. Come i fratelli che lasciano la casa per fare graduali esperienze di allontanamento e di separazione, senza “rotture”, senza lesioni interiori, sentendosi soltanto sempre più “grandi”.

     Gradualmente i ragazzi, gli adulti che entreranno in possesso della “loro” casa, saranno incoraggiati a vivere e ad avere cura degli spazi delle loro abitazioni; a  condividere i luoghi comuni, come il salotto di casa, la zona di comunicazione centrale; cercando di far vivere loro le sensazioni del “villaggio delle vacanze”. Tutto questo mediante l’aiuto mirato degli animatori/operatori che si adopereranno per offrire opportunità di svago e di vita sociale, momenti formalizzati di formazione, spazi destinati allo sviluppo dell’autonomia. Gradualmente le famiglie condivideranno gli spazi per tempi sempre più diluiti, come ogni mamma che si reca a casa della figlia per aiutarla a crescere, per aiutarla a scegliere, a decidere con la sua testa. Come ogni papà che accorre in casa del figlio quando questi ha bisogno di lui e cerca un aiuto, conforto, solidarietà. Saranno possibili periodi residenziali diversificati, su misura dei diversi bisogni dei ragazzi, come anche stili di vita differenziati, sulla base delle esigenze e delle reali possibilità dei ragazzi. Dal disabile che necessita di un’integrazione graduale e veicolata dai familiari, al disabile che sceglie di prendere possesso della sua casa per rientrare in famiglia ogni qualvolta lo desidera, al disabile che per potenzialità umane e abilità presenti sceglie di condividere l’abitazione con una persona per lui significativa. Progetti mirati “in progress”, centrati sui bisogni e sulle potenzialità dei singoli,  dove diventare grandi non significhi restare soli ma imparare costruire relazioni stabili e significative.

  

SCHEDA DI SINTESI DEL PROGETTO

Titolo e sintesi dell’idea inclusa nel progetto

“Vado a vivere da solo”

Il progetto intende valorizzare le potenzialità di autonomia e di realizzazione umana delle persone diversamente abili inserite in un contesto abitativo urbano in moduli abitativi personalizzati, anche se coordinati da un’impronta di vita comunitaria.

Indicazione delle mete formative alle quali il progetto intende dare risposte

  • Autonomia
  • Sviluppo delle capacità organizzative
  • Socializzazione
  • Integrazione nel territorio

Destinatari

Adulti  con gradi diversi di disabilità

Altri utenti coinvolti  nella realizzazione del progetto

Compagni di vita e di percorso già inseriti presso il complesso residenziale

Finalità

  • Facilitare il personale percorso di separazione dalla famiglia
  • Realizzare al massimo le potenzialità di integrazione e di occupazione degli adulti disabili
  • Costruire relazioni stabili ed efficaci tra gli abitanti della comunità  e tra loro e la comunità più allargata

Obiettivi formativi che il progetto vuole far conseguire:

Favorire la crescita personale e sociale dei residenti; facilitare l’acquisizione delle abilità indispensabili ad assicurare a ciascuno il più alto grado di autonomia per lui raggiungibile; favorire, attraverso l’esercizio funzionale,  il mantenimento  delle competenze acquisite nel percorso della vita; mediare la conquista di nuove conoscenze.

  • Abilità: secondo i diversi PIANI INDIVIDUALIZZATI DI ASSISTENZA(PIA) sulla base delle risorse- richieste della persona, le proposte dell’equipe e quelle dei familiari 
  • Conoscenze: secondo i diversi PIA
  • Competenze: secondo i diversi PIA
  • Capacità: secondo i diversi PIA
  • Strategie: secondo i diversi PIA

Risorse umane utilizzabili nella realizzazione del progetto (associazioni di volontariato, enti…)

  • Comitato tecnico-scientifico
  • coordinatore di progetto
  • operatori del sociale
  • esperti esterni
  • professionisti
  • altro: volontari, genitori, ecc.

Stili relazionali utilizzati

  • accoglienza
  • soddisfacimento dei principali bisogni
  • empatia
  • collaborazione
  • condivisione
  • cooperazione

Risorse materiali indispensabili:attrezzature disponibili

Arredi per le case e per gli spazi comuni,

Computer portatili e attrezzature informatiche differenziate.

Attrezzature per i laboratori

Provenienza finanziamenti

Enti locali, fondazioni, associazioni, autofinanziamenti.

verifiche per monitorare il successo del percorso e del processo, strumenti di validazione dell’esperienza

Indicatori:    -        crescita nell’autonomia

                      -         crescita negli apprendimenti;

                       -         crescita nelle capacità di comunicazione;

                       -         crescita nella socializzazione;

                       -         crescita nella realizzazione dei relazioni interpersonali.

Strumenti di validazione dell’esperienza: monitoraggio di percorso e di processo, publicizzazione dei risultati e coinvolgimento delle famiglie.

Tempi del progetto.

Scaletta cronologica: inizio

 

fase organizzativa

 

 

fase operativa

 

 

fase di verifica intermedia

 

 

fasi di monitoraggio del progetto

 

risorse umane indispensabili

Equipe interna in collaborazione con una cattedra di pedagogia speciale dell’Università

Esplicitazione del METODO DI LAVORO

Supporto psicologico per la pianificazione del lavoro individualizzato (PIA) per il raggiungimento dell’autonomia (con la definizione esatta degli obiettivi da raggiungere, dei contenuti e delle modalità dell'intervento, del piano delle verifiche).  Metodi didattici: cooperative learning e  didattica per laboratori.

Strumenti: coinvolgimento nella gestione delle case; uscite sul territorio e negli spazi sportivi e commerciali vicini; costruzione di prodotti; rappresentazioni teatrali; mostre-mercato, saggi sportivi, ecc.

 

 

LA VITA  QUOTIDIANA

La comunità dove si collocheranno le case vuol essere un luogo dove sostanzialmente  si impara  a vivere insieme agli altri e ad autogestirsi; dove i cittadini del piccolissimo villaggio  sperimentano percorsi nuovi ed autentici  per cominciare a costruirsi  una vita indipendente ed autonoma. Una casa è pur sempre una responsabilità e ogni residente avrà il dovere di  prendersi cura anzitutto della propria persona, poi delle proprie stanze, del soggiorno, della cameretta, del proprio bagno (ovviamente le cure domestiche saranno affiancate, nei casi di disabilità più gravi, da personale specializzato). Attraverso il quotidiano ogni residente impara  a cucinare, a fare la spesa, ad apparecchiare, a lavare i piatti; familiarizza con l'uso di alcuni elettrodomestici come la lavatrice, la televisione, lo stereo e viene incoraggiato a conoscere ed a comprendere l'uso e il valore del denaro. Mediante  le attività esterne il residente impara a  conoscere il quartiere e il paese, si cimenta con gli spazi più ampi, arricchisce le mappe del territorio con cui via via familiarizza. Qualora poi sussisteranno le condizioni, il disabile verrà aiutato a recarsi verso il luogo di lavoro con l'obiettivo finale di un reale complessivo inserimento nella società. Laddove è possibile organizzare attività di lavoro domiciliare come il telelavoro, la creazione di ceramiche o altri manufatti, i residenti si recheranno negli spazi preposti. Le attività interne ed esterne alla comunità saranno perciò centrate  in primo luogo sul quotidiano. Nella parte non residenziale invece le  attività saranno organizzate e strutturate per l'intero arco della giornata, allestendo così un setting comunitario dove diventerà  possibile sperimentare nuovi modelli di relazione e di comunicazione. Gli operatori coinvolti naturalmente dovranno  saper conciliare l'impiego delle loro competenze pedagogiche con un clima educativo simile a quello familiare, clima che faciliterà il vissuto di ogni  casa come  normale luogo di vita e non come una struttura residenziale che "istituzionalizza"; in modo  che ogni persona inserita - e di conseguenza i suoi familiari - si possano sentire accolti in una casa di cui ogni disabile è  "il legittimo proprietario" e contemporaneamente possano sentirsi  parte a pieno titolo della " grande famiglia" che vi risiede.

 

IL CLIMA SOCIALE DELLA CASA

  Gli operatori che lavoreranno nella comunità residenziale  avranno una cura particolare per lo stile relazionale da assumere, perché è da quello che dipende sostanzialmente la riuscita dell’esperienza. Cercheranno di dare alla realizzazione del progetto una impronta di tipo familiare, puntando a contrastare sempre il pericolo della  tendenza all’istituzionalizzazione.

     Anzitutto bisognerà avere una grande cura nell’ accoglienza, intesa come esperienza di vita quotidiana in cui ogni residente della casa possa sentirsi sempre incluso, sentirsi sicuro e protetto, certo di poter sempre esprimere le proprie esigenze e i propri bisogni.  Gli operatori come gli educatori  e gli eventuali volontari impegnati (che fruiranno periodicamente di corsi di formazione e di stages di supervisione da parte dell’équipe), costituiranno punti di riferimento stabili, in modo da offrire la sicurezza interiore nei residenti (così come negli ospiti)  di poter sempre trovare una persona con cui trascorrere del tempo serenamente o di poter svolgere un’attività gradita. Se un abitante delle case non desidera svolgere un’attività ma ne predilige un’altra o se, più semplicemente, desidera uscire per fare una passeggiata, troverà sempre  a sua disposizione un operatore, un educatore pronto ad accogliere i suoi bisogni, ad aiutarlo ad esprimere quei bisogni, a cercare i mezzi per soddisfarli. E’ questo un modo anche per contrastare i sentimenti e le sensazioni negative, le paure, il senso di solitudine, il dolore. Un modo che rassicuri e conforti e soprattutto non faccia mai sentire soli.  

    I motivi che spingono gli individui all’azione costituiscono infatti un sistema unitario e globale; le forze che avviano e sostengono gli esseri umani nelle loro azioni possono essere positive  (bisogni, desideri, ecc.) o negative (paure, avversioni, ecc.). La crescita umana e culturale di ogni persona non è qualcosa di avulso dagli scopi che un individuo si prefigge, non è una categoria indipendente della mente, ma è assolutamente collegata agli scopi ed ai bisogni di quella persona.

    La teoria dello sviluppo sequenziale di Maslow (1943)  postula che esista un ordine specifico di sviluppo dei bisogni in ogni persona. Secondo Maslow tali bisogni si sviluppano secondo un ordine di successione, dal “più basso” al “più alto”.

    Ogni persona, secondo la scala dei bisogni elaborata da Maslow, ha anzitutto bisogno di sentire sempre soddisfatti i propri bisogni fisiologici, bisogni essenziali alla sopravvivenza: cibo, rifugio. Ma il nutrirsi non è soltanto e puramente un momento di espressione dei bisogni fisiologici, è anche un’occasione di incontro, di comunicazione. Preparare i pasti insieme a qualcuno, condividere il successo di un’esperienza culinaria, sentirsi parte di una relazione affettiva. Nelle case diventa indispensabile facilitare la costruzione di un clima in cui ci si possa regalare costantemente affetto e attenzioni, occuparsi della salute fisica come della salute emotiva degli altri residenti, scambiarsi vicendevolmente aiuto. La vita di comunità non può non coincidere con la dimensione di  gioia, di divertimento, di allegria, di leggerezza nel compiere le azioni quotidiane. Come in ogni famiglia sana è la dimensione del sorriso e della risata quella che consente di affrontare le sfide della vita senza soccombervi. 

     Nel gradino successivo della scala trovano  posto  i bisogni di sicurezza, il bisogno di sentire assicurata la propria salute fisica, la certezza di sentirsi protetto  dai pericoli reali o potenziali. Le paure, il senso di solitudine, lo sconforto, sono sensazioni che alimentano una serie di sentimenti negativi, anche se fanno parte della vita. Il disabile, soprattutto il disabile psichico, però spesso ha pochi strumenti per affrontare e risolvere queste emozioni, bisogna che possa sentire accanto a sé un clima capace di rassicurare e confortare, che lo aiuti a vincere mostri davvero esistenti quanto immaginari. Un operatore di turno, un educatore, un volontario, ci sarà sempre una figura pronta a dare conforto, a trovare le chiavi per modificare l’umore, a dare risposte ai dubbi, alle perplessità, alle incertezze, capace di affrontare e di  risolvere i piccoli come i grandi dolori.  Un modo per  dare sicurezza, per non  far sentire solo il disabile, dandogli la certezza di essere sempre “in compagnia” nel percorso della vita.  Anche la famiglia ha una particolare importanza in questi momenti. Quando una persona soffre deve poter sempre ricorrere ai sui affetti primari, deve potersi sentire sempre  “incluso” nel nucleo di appartenenza.

     Ancora, nella scala dei bisogni, trovano posto ibisogni sociali, che sono  corrispondenti al riuscire a non sentirsi soli, al desiderio di sentirsi parte  di una relazione affettiva o di un gruppo, al bisogno di poter offrire e ricevere amicizia. La casa e suoi spazi sociali diventano occasioni di incontro, anche se nel rispetto del desiderio di privacy e di intimità, che pur va sempre osservata per ognuno. Ogni casa è la casa di chi la abita, non la casa di tutti. Anche la permanenza e il transito degli operatori, degli educatori, dei volontari, va concordata con ogni residente della casa e va modulata secondo le effettive necessità. Invece le visite dei familiari e degli amici possono anche essere frequenti, come in ogni casa dove spesso capitano zii, nonni, cugini, parenti più stretti. E’ fondamentale per ogni residente non sentirsi mai “sradicato”, abbandonato dalla famiglia di origine, anzi vanno facilitati i “rientri” in famiglia ogni volta che se ne ravvisi il bisogno o che la persona disabile ne manifesti il desiderio. Il gruppo degli operatori dovrà facilitare occasioni di convivialità e di allegria. Ogni festività diventerà un pretesto per invitare amici e parenti, ogni situazione climatica (cambio di stagione) sarà sottolineata con incontri e con festeggiamenti ad hoc. Una famiglia allargata che circola e ruota intorno ai ragazzi con parenti impegnati e coinvolti nella preparazione dei manicaretti, nell’allestimento degli scenari per le rappresentazioni dei ragazzi, nella riparazione di piccoli utensili, ecc.

    Non dimentichiamo poi che anche  il diversamente abile ha bisogno di stima, come tutti  del resto. Stima che spesso va costruita se non addirittura ricostruita, fondando il percorso sulla ricerca delle abilità diverse comunque sempre possedute da ciascuno, per la conquista della stima di sé e del successo relazionale. Ecco quindi che il lavoro fondato sui diversi Piani Educativi Individualizzati si svolgerà su due piani paralleli: quello della valorizzazione e quello delle relazioni, costruendo occasioni di scambio, di condivisione delle esperienze, di cooperazione. Occasioni come: recite, mostre, balli di gruppo, canto corale, saggi sportivi, saranno davvero centrate completamente non tanto sulla produzione finale quanto sul potenziamento delle diverse abilità  e sulla costruzione di solide relazioni significative. Occasioni per invitare parenti e conoscenti, amici esterni e cittadini del quartiere, amministratori politici ed autorità, per vivere insieme il clima della “famiglia allargata”. Il rapporto con il territorio rappresenta infatti il perno intorno al quale ruota il concetto di integrazione. Una comunità nella Comunità.  Una comunità, quella dei residenti il nostro villaggio, che riporta a tante altre piccole comunità: familiari, sociali, sportive, artistiche,  politiche, religiose, del mondo dell’associazionismo e del volontariato. La nostra Comunità vuole offrire occasioni di scambio e di crescita culturale reciproca.  Se si riuscirà a realizzare questo paradigma tutti i volontari che vorranno prestare il loro contributo, a vario titolo e con i mezzi che ogni gruppo può portare (dall’espressione artistica, alle attività motorie, alle attività musicali), potranno svestire gli abiti dei volontari per diventare, a tutti gli effetti, amici veri.  Altri amici, formati ad hoc mediante appositi corsi di formazione, potranno affiancare gli operatori per diventare di volta in volta: gli amici del sabato sera, dell’uscita in discoteca, al campo di bocce, al centro anziani, a seconda dell’età cronologica e dei diversi bisogni di legame con i rispettivi coetanei.

   Non dimentichiamo poi che ogni persona vive e si può connotare come essere umano completo se si realizza, se porta a compimento il proprio percorso personale di creatività e di sviluppo. Non esiste individuo che non cerchi di soddisfare il bisogno di autorealizzazione (bisogno di autoespressione, bisogno di realizzare le proprie potenzialità,  opportunità per esprimere creatività). Sicuramente le occasioni legate alle manifestazioni, alle mostre-mercato, alle danze, ai saggi sportivi, sono occasioni di grande espressività per i ragazzi, ma ancor meglio lo sono se ogni prestazione, ogni performance sarà calibrata “su misura” delle reali potenzialità che spesso sono presenti, ma che molto spesso  restano criptate nelle persone diverse, soprattutto quando queste non possiedono sistemi comunicativi tradizionali. E non bisogna ignorare che spesso a molti disabili, che pure ne hanno le potenzialità, viene interdetto il diritto al lavoro, che davvero potrebbe riassumere in toto l’espressione di una realizzazione umana. La cooperativa o comunque l’ente gestore, in accordo con gli Enti locali e con le locali associazioni professionali, si dovranno far carico anche di cercare le strade per un corretto inserimento nella realtà produttiva.

   In una comunità è vitale mostrare empatia e comprendere il punto di vista degli altri. Spesso però le persone diversamente abili mostrano grande difficoltà  proprio nella capacità di riuscire semplicemente a porre il loro personale punto di vista, ancor più lontano è l’obiettivo di porre in condizione, chi ha già bisogno di aiuto per sua dimensione psichica, di comprendere i sentimenti e le sensazioni altrui per dare aiuto. Il clima della famiglia allargata dovrà essere quindi improntato proprio alla costruzione di queste competenze: conoscere e riconoscere i sentimenti propri, quelli altrui, entrare in empatia con gli altri, comprendere ed accettare i diversi punti di vista. Per riuscirci bisogna soprattutto saper ascoltare con molta attenzione i segnali non verbali e riuscire a decodificarli. In questo le persone diversamente abili di solito sono molto più competenti che non le persone cosiddette normali. Spesso noi trasmettiamo le nostre emozioni più con il tono della voce e con la postura del corpo, molto più che non con le parole e i sentimenti traspaiono, rimbalzano come boomerang, creano reazioni a catena di cui nessuno è più veramente consapevole. In una grande comunità tutto questo può diventare pericoloso se non ci sono degli ottimi mediatori emotivi. Operatori, educatori,  psicologi pronti a decodificare, ad aiutare, a comprendere anzitutto i sentimenti latenti, pronti a sostenere, a dare supporto e a far scemare le reazioni a catena dando senso ai vissuti di ognuno e contribuendo efficacemente alla costruzione di stabili e solide relazioni interpersonali, soprattutto tra gli abitanti della comunità residenziale e poi tra gli abitanti della comunità locale e i residenti della comunità residenziale, ma anche tra gli abitanti e la popolazione del territorio. E’ un po’ un’educazione alla tolleranza.

  Naturalmente quando i membri di una comunità utilizzano queste competenze il gruppo funziona meglio, si realizza un clima di vera  collaborazione, le dinamiche interne del piccolo gruppo sono caratterizzate da forti relazioni interpersonali, da intensa vita di gruppo, da decisioni prese assieme magari dopo lunghe riunioni, la persona è protagonista, elabora un suo futuro. Se il clima interno della comunità residenziale poi  è improntato all’idea di villaggio delle vacanze succede un po’ come capita in una famiglia unita quando si va in vacanza e ci si sente tutti un po’ liberati dai problemi, si diventa tutti un po’ più gioviali, più disponibili, più collaborativi. Il sostegno all’altro, l’aiuto reciproco è un’idea filosofica che se non parte direttamente dallo stile di vita delle case, difficilmente sarà in grado di contagiare la comunità allargata.

    Un altro punto importante del clima sociale interno  alle case deve sicuramente essere quello della condivisione. A partire dalla condivisione dei sentimenti fino ad arrivare alla condivisione dei piccoli lavoretti domestici e dei compiti nella routine quotidiana. E’ proprio la dimensione della condivisione quella che consente di affrontare il dolore e le paure sentendosi accolti, compresi, proiettati insieme verso il superamento di quel dolore, di quella paura.

    Soltanto  se saranno state coltivate con cura e con costanza tutte le competenze precedenti (empatia, collaborazione, condivisione) sarà possibile perseguire la modalità relazionale vincente nel sociale: la cooperazione.  Gli abitanti delle case hanno un futuro davanti a loro, un futuro in cui “il più forte”necessariamente deve imparare ad aiutare il “più debole”, sia nei momenti di difficoltà emotiva che in quelli di difficoltà operativa, come in quelli economici.

 

I  DIVERSI  MEDIA  FORMATIVI

    L’apprendimento, per tutti, costituisce un’attività di costruzione della mente. Talvolta però questa costruzione avviene in modo discontinuo, imperfetto. Non tutti sono capaci di seguire autonomamente un percorso di ricerca e di ricostruzione dei diversi sistemi simbolici in modo ordinato e sequenziale. Soprattutto quando ci sono delle disabilità i percorsi sono come interrotti, ci sono degli ostacoli che impediscono di seguire linearmente i processi, delle interferenze che non consentono il consolidarsi degli apprendimenti. Molti disabili (ipovedenti, sordi, paraplegici) sono disturbati da queste interferenze esclusivamente rispetto al canale che in loro è danneggiato, ma spesso sopperiscono a queste carenze con una iper-evoluzione di altre abilità che sviluppano in loro intelligenze alternative. Così i sordi diventano insuperabili per intelligenza visiva e cinestetica, mentre gli ipovedenti riescono a cogliere rumori e silenzi, emozioni e sensazioni che spesso noi non siamo nemmeno in grado di immaginare. Ma per la stragrande maggioranza dei disabili,  la diversa abilità non riesce sopperire alle carenze determinate dal deficit. Questo non vuol dire che non possano apprendere. Alla base di molte pratiche rinunciatarie all’interno dei servizi rivolti a soggetti disabili adulti, soprattutto se si è in presenza di gravi handicap intellettivi, vi è spesso purtroppo la concezione che si sia in presenza di soggetti "irrecuperabili" e che come tali essi non possano trarre grandi benefici da interventi educativi individualizzati. Con questa terribile visione si aprono però soltanto le porte a dei servizi "contenitore", totalmente residuali e  lontani da ogni riferimento alla qualità della vita e al contesto sociale nel quale la persona vive. Come sostiene Bruner invece siamo convinti che sia possibile insegnare qualunque cosa a tutti  ed a qualunque età (mentale o cronologica) purché si conoscano esattamente i punti di partenza della persona e si pianifichino con cura i setting di insegnamento/apprendimento. Se è vero, come è vero,  che l’apprendimento è anzitutto una costruzione della mente, è anche necessario però progettare il percorso, ogni percorso, nei minimi particolari.  Non esiste una maturazione per determinati apprendimenti piuttosto che per altri, esiste esclusivamente l’attività consapevole e talvolta anche inconsapevole del soggetto che formula ipotesi, le confuta o le conferma attraverso il fare, le rinforza attraverso feedback, accumula le esperienze nel tempo. Per questo è importantissimo, preliminarmente, individuare attraverso l’osservazione sistematica tutte le modalità di apprendimento dei diversi soggetti inclusi nell’esperienza.

      Nei diversi Piani Individualizzati di Assistenza (PIA) dei residenti adulti che entreranno in possesso delle case dovranno quindi essere necessariamente declinate individualmente tutte le abilità, le conoscenze, le competenze, le capacità che si pensa di far loro conseguire, nonché le strategie per far raggiungere quelle abilità, conoscenze, competenze e capacità. Una persona  diversamente abile segue spesso percorsi della mente molto diversificati rispetto ai percorsi seguiti dalle persone cosiddette “normali”. Bisogna quindi conoscere perfettamente come funzionano questi percorsi, quali strategie vengono adottate di volta in volta dal soggetto, per individuare con precisione come assicurare il successo negli apprendimenti che si ritengono di poter far loro conseguire.

  Non bisogna dimenticare che è soltanto attraverso l’esperienza diretta, le prove e gli errori, il superamento dei conflitti cognitivi,  che le persone apprendono. Le persone che sono disabili poi hanno spesso accumulato una serie di feedback negativi durante il loro percorso, sconfitte quotidiane che hanno minato finanche la loro stessa fiducia nelle personali capacità, nella loro identità cognitiva. Bisogna mettere i diversamente abili nella condizione di avere fiducia nelle loro potenzialità, creare occasioni di successo negli apprendimenti, fornire supporti validi in modo che l’esperienza dia sempre comunque un risultato positivo, talvolta affiancando la persona diversamente abile con un singolo operatore in grado di mediare quell’esperienza, i percorsi da seguire, i processi, le risposte di scoperta. Talaltra, curando attentamente la formazione e la composizione dei gruppi,  sarà sufficiente avvalersi del metodo del cooperative learning. Anche i disabili possono infatti imparare a collaborare tra loro, a cooperare, a sentire il  successo di uno come successo del gruppo, a cercare anche tra di loro le forme di tutoraggio che garantiscano a tutti di sentirsi responsabile del risultato comune. Il successo, però, ogni minimo personale successo, con i diversamente abili, si ottiene soltanto se si programmano dettagliatamente le azioni da far loro eseguire; se si pianifica con cura come affiancarli senza che si sentano prevaricati, di fatto esautorati della loro possibilità di riuscita; se si segmentano quelle azioni e le si calibrano sui tempi di apprendimento e di concentrazione di ciascuno. Le esperienze che i residenti  potranno fare sono anzitutto quelle pratiche, più  legate alla routine (avere cura della propria persona, avere cura della propria casa) ed agli itinerari (visite guidate, uscite spontanee, gite, scambi con altre comunità o con il mondo giovanile o con il centro anziani, ecc.). La funzione degli operatori, degli educatori, dei volontari, in queste circostanze, sarà soprattutto quella di guidare l’osservazione diretta, di indicare, suggerire, indirizzare verso la riflessione dei vissuti, delle esperienze. E’ soltanto attraverso la riflessione infatti che le esperienze si confermano come apprendimenti.

      È vero poi che anche i bambini piccoli imparano quanto viene loro presentato dai modelli di gioco, quindi andrà sviluppata moltissimo l’attività ludica, la formulazione di semplici modelli attraverso il gioco. Non dimentichiamo però che  siamo in presenza di adulti e gli adulti spesso, anche se disabili, si annoiano (qualche volta proprio si offendono) a ripetere esercizi di apprendimento che sono stati studiati per i bambini, preferiscono le esperienze codificate simbolicamente, ovvero tutte quelle forme di esperienza che si servono dei diversi codici. Accanto a coloro che hanno un deficit lieve, e che quindi possono efficacemente seguire percorsi tradizionali, ci sono poi anche persone con gravi compromissioni di alcune aree del cervello e bisogna pur tenerne conto, nello strutturare i percorsi formativi. Quello che è possibile dimostrare è che l’apprendimento può davvero sempre avvenire partendo da qualunque situazione cognitiva.

    Occorre però preliminarmente tenere in considerazione il fatto che gli apprendimenti non avvengono mai  seguendo soltanto un percorso lineare che si codifica utilizzando i codici simbolici nell’emisfero dominante (in genere quello sinistro) che  provvede alla loro ri-organizzazione, ma anche avvalendosi dei codici visivi, dei canali sensoriali, ecc. Non esiste quindi una specificità delle aree e, in linea teorica, dovrebbero non esistere impedimenti per  apprendere per tutta la durata della  vita. Kosslyn (1987) ha segnalato ad esempio che la generazione delle immagini avviene attraverso l’emisfero sinistro, viceversa la loro manipolazione e trasformazione avviene attraverso l’emisfero destro. Se questo è vero possiamo dedurre che potenziando le aree del cervello che sono più “vivaci” possiamo influenzare anche ilrisveglio” di quelle aree chesonnecchiano un po’. Passando per le abilità già possedute e potenziando quelle, si possono sviluppare codici alternativi. Per questo è opportuno, oltre che civile, cercare di offrire una variegata forma dimediaper far circolare le informazioni, per dare una istruzione formale ai residenti ed ai loro amici che frequenteranno gli spazi sociali delle case, in modo che il loro processo di crescita mentale non abbia decadimenti, arresti, soste ingiustificate. Non bisogna mai dimenticare però che ogni processo d’istruzione, per essere efficace, prevede l’impossibilità  di affidarsi al caso, bensì postula l’esigenza di costruire veri e propri “ambienti di apprendimento strutturati”, ambienti non soltanto fisici, come saranno i diversi laboratori o il teatro, o la palestra, ma situazioni didattiche di puntello, di aggancio, che consentano a chi apprende di compiere con successo la scalata. L’apprendimento può avvenire attraverso l’esperienza contingente soltanto se l’ambiente è predisposto intenzionalmente da un’altra persona, ovvero se c’è uno studio preliminare dei tempi e un allestimento  delle situazioni formative che costituiranno l’esperienza. Sono quelle situazioni in cui si “impara facendo”, dove il ruolo dell’educatore è semplicemente quello di scegliere le situazioni, semplificarle, predisporre il successo degli apprendimenti, in modo che l’esperienza non possa risultare in alcun modo frustrante, ma sia sempre rinforzabile attraverso il conseguimento di un risultato. E’ chiaro però che per costruire le situazioni, gli “ambienti di apprendimento”, bisogna preliminarmente conoscere individualmente ogni soggetto a cui è destinato il percorso, per essere sicuri che le strategie scelte e i percorsi siano centrati sui suoi bisogni cognitivi e sulle sue competenze pregresse.

      Ci sono poi almeno altre due modalità per apprendere.  Attraverso l’osservazione guidata avviene un’altra forma di apprendimento: chi apprende lo fa semplicemente associando il proprio modo di operare al modello presentato da chi insegna, ricevendone poi opportuni rinforzi positivi. Ma deve comunque fare, chi apprende lo fa soltanto se sperimenta esperienze, fa prove, commette errori, viene ri-guidato a fare in modo corretto. Un esempio classico di questo modo di apprendere è l’esperienza del ballo. Come può esserlo la musicoterapia. Anche se la musica offre un canale privilegiato nelle forme anche gravi di disabilità, non tutti sono in grado di ripetere movimenti semplicemente osservandoli. Si tratta, nel caso preso ad esempio,  di un’intelligenza specifica: l’intelligenza cinestetica, che in alcuni è più spiccata che in altri. Sarà necessario allora, se si vuole facilitare chi partecipa, affiancare un operatore a chi è più in difficoltà per far in modo che la ripetizione non avvenga soltanto attraverso il senso della vista, ma anche attraverso la mediazione guidata ed analitica dei movimenti. A maggior ragione un progetto che voglia costruire l’autonomia nei ragazzi, come potrebbe essere il “progetto cucina”, non può non prevedere un’azione diretta dei soggetti con le attività di: scegliere ed acquistare gli ingredienti, pagare la spesa, pesare, impastare, tagliuzzare, sminuzzare, lavare, scolare, mettere al forno, assaggiare, ecc. 

   Sarà sempre indispensabile poi  far seguire all’azione la riflessione, magari ripetendo verbalmente l’iter dell’intera sequenza, aiutando i ragazzi a “ricordare” anche in assenza dell’esperienza, oppure riproponendo al computer l’algoritmo dell’intero percorso. E’ infatti proprio quella l’attività consapevole di apprendimento: quando si presta attenzione al processo.Lo si ricorda. Ce lo si rappresenta nella mente.

     Il modello di apprendimento  che si presenta con maggiore consuetudine è poi quello che si serve dei diversi codici per insegnare qualcosa. Questo comporta l’utilizzo dei sistemi simbolici. Se però nell’ utilizzare il codice verbale ci possono essere delle difficoltà (siamo pur in presenza di persone che presentano dei limiti), non ignoriamo che esistono diversi codici alternativi che ci permettono di entrare in contatto con le persone diversamente abili e che sono, con loro, quelli tradizionalmente più efficaci, come: il codice mimico-gestuale, il codice iconico, talvolta anche il braille, o la stessa lingua dei segni , ma anche l’informatica, le lingue straniere, ecc. Paradossalmente potrebbero apparire come codici addirittura più complessi della lingua madre pura e semplice, invece, seguendo canali diversi della mente, possono - oltre che essere maggiormente efficaci - fungere da stimolo all’intelligenza linguistica propriamente intesa.

 

I LABORATORI

    Il laboratorio è l'ambiente in cui si concretizza un modello di insegnamento/apprendimento fondato sulle interazioni fra gli attori del processo formativo. Agli esperti, ai mediatori comunicativi, agli operatori, agli educatori impegnati in un progetto spetta il compito di aiutare i residenti della comunità  ad esprimere cosa vogliono effettivamente conoscere o imparare a fare,  di pianificare con loro le attività che sono emerse dalla co-progettazione tenendo conto delle risorse e dei bisogni soggettivi di coloro che apprendono. In sostanza gli esperti, per ogni setting predispongono il contesto di apprendimento prevedendo: il lavoro individuale, il lavoro di gruppo, le interazioni per lo sviluppo dei processi di ristrutturazione di ciò che si è appreso.

     Nel laboratorio quindi si creano le condizioni per un lavoro cooperativo sul modello delle interazioni tipiche di una comunità scientifica: si lavora insieme per discutere idee, valutare dati, formulare ipotesi; si interagisce con strumenti e mezzi diversi; ogni soggetto di volta in volta può giocare il ruolo di insegnante e di apprendista.

Insomma si tratta di offrire strategie efficaci  per apprendere, strategie capaci di  sfruttare tutti i canali, che si fondino sulle diverse intelligenze presenti nei diversamente abili. La sintesi di questi metodi, che possono tutti tornare utili nell’apprendimento di nuove abilità, conoscenze, competenze, capacità è data dal metodo che a tutt’oggi appare come  il migliore in una comunità fondata sulla collaborazione e sulla cooperazione: il cooperative learning.

     L'Apprendimento Cooperativo è un metodo di insegnamento - apprendimento in gruppo, in cui assumono particolare importanza le risorse dei discenti. L'Apprendimento Cooperativo si differenzia dai tradizionali metodi di lavoro di gruppo per la presenza di alcuni principi base:

  •  interdipendenza positiva tra tutti i soggetti inclusi in una stessa esperienza;
  • interazione simultanea tra coloro che fanno parte del gruppo;
  • responsabilità individuale avvertita dai soggetti coinvolti;
  • pari livello di partecipazione da parte di ogni attore del processo.

 Non ignoriamo poi che l’apprendimento è legato significativamente alla situazione affettiva in cui ha luogo. Il clima sociale in cui si è immersi, il fatto di sentirsi accolti, ascoltati, presi in carico, compresi, valorizzati, il fatto di sentire semplicemente l’empatia dell’altro che ci avvolge, porta ad una vera e propria motivazione per l’apprendimento, ad una maggiore concentrazione, alla possibilità di riflettere sugli apprendimenti e sulla loro valenza anche relazionale. Più si diventa bravi, più si è apprezzati. Viceversa bisognerà evitare in ogni modo di mettere la persona disabile in una condizione di frustrazione, dove gli si propone un’attività per la quale davvero sente lui stesso di non essere in grado di compiere quel percorso e sa che ne riceverebbe soltanto feedback negativi. 

    E’ possibile insegnare qualunque cosa a chiunque e a qualunque età. Purchè però la persona che riceve quell’insegnamento sia messa in condizione di comprendere quello che sta facendo e sia supportata in modo dariuscirenell’esperienza. Come per il ballo, ad esempio anche un corso di cucito diventa un’occasione straordinaria di apprendimento, ma non dimentichiamo che include al suo interno abilità logico matematiche, senso della misura, senso della profondità. Si può anche dare un abito da cucire ad un tetraplegico, ma è chiaro che bisognerà pur costruire preliminarmente tutti i supporti (fisici, logistici, umani) perché la sua disabilità non trovi impedimento nelle diverse esecuzioni. L’apprendimento non può essere delegato al discente, soprattutto quando il discente presenta incapacità naturali alle quali bisogna opporre una strategia efficace. Si tratta di pianificare con cura ogni percorso ed ogni processo. Nel caso di specie, nell’istruzione e la formazione (anche professionale) della persona diversamente abile, ogni segmento va allestito con cura e soprattutto vanno pianificati gli interventi di supporto alla persona, attraverso un’azione di tutoraggio attento e costante. Vanno altresì previsti i monitoraggi degli apprendimenti e gli strumenti per realizzare questi monitoraggi (attraverso prove di verifica o attraverso la redazione di un giornale di bordo, ecc.). Come vanno previsti i monitoraggi relativi alle valutazione dell’esperienza da parte degli stessi soggetti coinvolti e delle loro famiglie.

 

I  MEDIATORI  COMUNICATIVI


       Le persone che materialmente dovranno realizzare questo itinerario sono, in primis, gli operatori, gli educatori, tutte le persone che avranno materialmente a che fare con i residenti della comunità. Il loro compito richiede un’abnegazione infinita e una competenza suscettibile di continua evoluzione. A loro saranno destinati periodici incontri di formazione e stages di supporto psicologico. Il loro operato sarà verificato periodicamente  attraverso incontri di supervisione da parte dell’équipe. Le persone coinvolte in questo compito dovranno avere anzitutto competenze di tipo pedagogico (con competenze in tecniche della comunicazione, nell’animazione, nella conduzione dei gruppi), perché le relazioni con cui si dovranno dinamizzare sono pur sempre di tipo educativo e richiedono conoscenze e abilità specifiche: da come realizzare un’osservazione efficace a come intervenire nelle situazioni di crisi. Gli animatori, gli educatori, gli operatori che chiedono di lavorare in una struttura così delicata, sanno preventivamente che il ruolo che si chiede loro di assumere non ha confini precisi e che spesso si dovranno confrontare proprio con il senso della loro limitatezza e della umana imperfezione, con l’esigenza profonda di trasformare quotidianamente questi limiti  in consapevolezza sempre maggiore e senso di responsabilità di fronte ad ogni loro azione. 

   Gli operatori, gli educatori, sono un po’ come i mediatori culturali per gli extracomunitari che piombano, sradicati,  in una terra straniera, perché essi debbono conoscere sia i diversi mondi emotivi e cognitivi delle persone diversamente abili con cui si confrontano quotidianamente, sia le tecniche e le strategie vincenti con loro. E’ un po’ come mettere in contatto mondi comunicativi diversi e lontani, mondi che spesso si toccano senza davvero conoscersi mai fino in fondo. Quindi questi mediatori debbono possedere  soprattutto ottime capacità comunicative e sempre debbono essere capaci di costruire relazioni interpersonali efficaci. Riuscire ad ascoltare i bisogni di tante persone diverse non è facile, mettere quei bisogni in comune, dare a tutti il senso della collettività, della condivisione, far sentire l’empatia e riuscire mediare i conflitti, sono abilità che vanno costruite nel tempo e portate alla luce. Ogni mediatore dovrebbe essere capace, preliminarmente, di prevenire e di gestire i conflitti in modo da aiutare le persone diversamente abili a non cadere nella spirale dell’incomunicabilità. Ma deve anche essere capace di valorizzare ogni piccola abilità, conoscenza, competenza, capacità, partire da quella per aiutare la persona diversamente abile a crescere. A piccoli passi, certamente. Ma sempre un passetto in più ogni giorno. Durante le attività quotidiane, durante le attività di laboratorio, nella realizzazione dei diversi progetti che di volta in volta costituiranno le esperienze dei residenti e dei loro compagni, la loro opera sarà davvero quella di agire come mediatori dei diversi sistemi simbolici e dei diversi codici, fosse anche semplicemente quello motorio. Affiancando la persona diversamente abile, abbracciandola fisicamente, facendole sentire l’accoglienza dell’incontro, dando senso al loro essere insieme, al fare insieme, valorizzando ogni piccola attività spontanea del soggetto, restituendo alla persona un feedback sempre positivo.  Il bagaglio professionale dei mediatori si arricchisce quindi  anche delle abilità soggettive che spesso motivano  e muovono all’incontro con chi ha bisogni maggiori. Spesso. Non sempre.

 

IL PROBLEMA DELLA QUALITA’

Occorre riuscire a costruire, anche per le persone disabili, “il migliore dei mondi possibile” come dice  Voltaire.

Questo richiede impegno ed interventi in almeno tre direzioni:

  1. garantire la qualità ambientale
  2. migliorare la qualità dei  servizi di protezione della persona;
  3. costruire percorsi di crescita formativa “su misura”.

Nel primo articolo della  “legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali” (18/10/2000), al comma 1 si afferma che “la Repubblica assicura alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi e servizi sociali, promuovendo interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità e non discriminazioni, eliminando o riducendo le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare…”. La programmazione e l’organizzazione di tale sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli Enti Locali, alla Regioni e allo Stato secondo il principio della sussidiarietà, cooperazione, efficacia, etc. La legge riconosce anche il ruolo degli organismi non lucrativi di utilità sociale, delle associazioni, delle organizzazioni di volontariato che collaborano con i soggetti pubblici alla gestione e all’offerta dei servizi. Specifico in tale legge è il riferimento, tra l’altro, alle persone disabili a cui si riconosce il diritto alla piena integrazione nella vita familiare e sociale, all’istruzione professionale e al lavoro. Da cui nasce l’idea di creare una residenza che non sradichi, che non isoli, che piuttosto lavori per l’integrazione e per la realizzazione umana delle persone che vi risiedono.

Le vecchie esperienze di Comunità istituzionalizzate sono state da tempo monitorate ed i risultati hanno sottolineato i loro aspetti patologici; occorre invece prevedere un modello, un paradigma, che sappia conciliare sia il progetto residenziale vero e proprio: il modello abitativo, con un il modello psicopedagogico più a misura d’uomo; dove le famiglie entrino a pieno titolo e costituiscano parte attiva sia nella pianificazione del progetto, sia nell’attualità del progetto, per condividere tutti insiemeil durante di noi anziché pianificare per un futuro ancora troppo oscuro, troppo pieno di enigmi, troppo distante dal modello di vita che ognuno sogna per un figlio. 

Le problematiche relative alla qualità sono nate dal mondo aziendale e, negli ultimi dieci anni, hanno cominciato a farsi strada anche nell’ambito dei servizi, puntando sostanzialmente su:

 •la trasparenza;

•la rendicontabilità;

 •la capacità del servizio di riuscire a riflettere su se stesso in forma non autoreferenziale. 

    Anche i servizi alla persona hanno cominciato ad impegnarsi in questa ricerca di qualità che si esplica sostanzialmente nella capacità di rendere palese il contratto con l’utenza e  sulla valutazione dei processi attivati per realizzare quel processo. Valutazione che deve avvenire in modo sistematico e che deve poter essere controllata dall’esterno.

    L’autoreferenzialità non porta al successo, non aiuta a correggere gli eventuali errori, le distorsioni in cui involontariamente ogni professionista si può imbattere, soprattutto non aiuta a trovare le soluzioni alternative. 

     La diffusione della cultura della qualità ha portato negli anni all’individuazione e all’assunzione di un modello organizzativo e gestionale orientato all’efficienza, all’efficacia, all’equità e all’appropriatezza della performance. 

Vediamo in sintesi i temi sui quali incentrare il preliminare percorso di riflessione e di maturazione:

  • sensibilizzazione e formazione sui temi della valutazione e  sui temi della qualità;
  • mappatura dei processi ed individuazione dei processi che influenzano la qualità, con la  descrizione puntuale  delle procedure;
  • nomina del gruppo di miglioramento continuo, individuato fra tutte le figure professionali presenti al centro;
  • individuazione dei fattori di qualità quali dimensioni ritenute significative per l'erogazione di un servizio di qualità;
  • individuazione degli indicatori e delle relative modalità di misura (modalità per associare ad ogni fattore di qualità un valore e un peso).

      Cerchiamo di cogliere gli aspetti di qualità del servizio che si possono ricercare in un servizio residenziale di supporto alla persona che si rivolge alle persone disabili.

  • Strutture abitative individuali accoglienti e attrezzate secondo i bisogni soggettivi dei singoli residenti.
  • Presenza di spazi abitativi collettivi destinati ai residenti, ma aperti anche agli altri disabili con i quali i residenti hanno già strutturato legami affettivi.
  • Presenza di un buon accordo di programma fra Enti Locali - comunità residenziale - ASL -  associazioni di volontariato del territorio,  con la chiara ripartizione delle competenze istituzionali rispettive, sulla base delle leggi nazionali e regionali, con la quantificazione e temporalizzazione dei rispettivi flussi finanziari, commisurati al numero di soggetti con handicap da integrare in un certo territorio. (E’ importante che il principio di sussidiarietà si esplichi non tanto al momento della creazione del progetto, quanto piuttosto durante lo sviluppo del progetto stesso)
  • Istituzione di corsi di educazione permanente per adulti, al fine di consentire ai residenti della comunità e ad altri disabili presenti nel territorio di continuare a migliorare  il loro iniziale profilo formativo.
  •  Formulazione di Profili Dinamici funzionali comprendenti non soltanto le disabilità, ma soprattutto l'individuazione puntuale delle potenzialità e delle abilità da attivare.
  •  Formulazione di Piani Individualizzati di Assistenza co-progettati con le famiglie.
  • Individuazione degli indicatori di monitoraggio.
  • Apertura della struttura verso l’esterno e integrazione con la comunità del territorio.
  • Registrazione puntuale degli esiti dei monitoraggi in itinere  con particolare riguardo:
  1. alla crescita del profitto individuale negli apprendimenti degli utenti/residenti,
  2. alla comunicazione acquisita dagli utenti/residenti,
  3. alla socializzazione realizzata dagli utenti/residenti,
  4. ai rapporti relazionali instaurati dagli utenti/residenti,
  5. al benessere esistenziale delle persone alle quali è rivolto il servizio e delle loro famiglie,
  6. al grado di soddisfazione del servizio da parte degli utenti e delle loro famiglie,
  7. alla loro effettiva integrazione nel contesto della più ampia collettività,
  8. al clima sociale della comunità residenziale.

In sintesi vivere in comunità non può non coincidere con la crescita della persona che deve essere puntualmente verificata attraverso questi  indicatori:

-                     crescita nell’autonomia;

-                     crescita negli apprendimenti;

-                     crescita nelle capacità di comunicazione;

-                     crescita nella socializzazione;

-                     crescita nella realizzazione delle relazioni interpersonali.

       Essere definiti diversamenteabili” non può ridursi ad un puro enunciato, bisogna tirarle fuori le diverse abilità, farle crescere, sviluppare, farle diventare “la parte che conta” della persona colpita da uno o più deficit. Costruire un nido non significa isolarsi dal mondo, neanche con il falso pretesto di proteggere i disabili da un mondo che è ancora troppo impreparato ad accoglierli, ad accettarli, ad integrarli. Bisogna costruirla questa filosofia dell’integrazione, passando per il concetto di persona, con tutti i suoi diritti e con tutti i suoi limiti, che vanno pur accolti, accettati, compresi, elaborati. Per questo un progetto di comunità residenziale non può nascere e svilupparsi fra le quattro mura della struttura che ospita ma prevede attori diversi, registi diversi, curatori diversi ed altrettanto diversi organismi di controllo. Una struttura aperta al mondo perché al mondo chiede analoga apertura per aiutare e sostenere nella loro realizzazione umana persone che soffrono. Persone speciali che oggi intendono diventare grandi ma chiedono (come spetta loro) di avere tutti i puntelli necessari per riuscire a compiere la scalata.

 

I  FINANZIAMENTI  PER  FAR  VIVERE  L’ESPERIENZA

    Almeno in linea teorica la persona disabile è in carico alla collettività. Esistono infatti finanziamenti specifici per assicurare la qualità della vita a queste persone speciali che non hanno la fortuna di poter provvedere autonomamente a se stesse (L.Q. 104/92). La comunità nella quale essi vivono si attiva secondo il principio di sussidiarietà per cercare di supportare percorsi e processi. Enti Locali (Regione, Provincia, Comuni) dispongono nei loro bilanci  di specifici finanziamenti che mettono a disposizione dei progetti più qualificati. La legge n. 328  dell’8 novembre 2000 prevede inoltre la costituzione di un vero e proprio sistema integrato di interventi e servizi sociali e di promozione della solidarietà sociale. Si tratta in definitiva di creare una sorta direte di protezione”a favore delle persone diversamente abili affinché tutti i soggetti attivi (Associazioni, Istituzioni, Enti Locali, ASL) presenti su uno stesso territorio promuovano iniziative coordinate in loro favore. Ad esempio  se nei diversi Piani Individualizzati di Assistenza sono previsti percorsi “su misura” di nuoto, di musicoterapia, di danza, di drammatizzazione, come anche di  informatica o di studio delle lingue straniere, sarà possibile far convergere tutte le potenzialità presenti nel territorio (associazioni no profit qualificate nelle diverse tecniche e istituzioni scolastiche specializzate in specifici percorsi formativi) al fine di offrire percorsi mirati di qualità e più efficaci.  I fondi vanno richiesti annualmente alla Regione ed alla Provincia (in base alle rispettive competenze), sulla base di progetti che debbono assicurare indicatori di qualità e processi di monitoraggio delle diverse esperienze promosse.  Per i soggetti più gravi la legge mette poi a disposizione, con la legge n. 162 del 21 maggio 1998, servizi specifici di sostegno alla persona ed alle loro famiglie anche per la durata di 24 ore giornaliere, per progetti mirati, tesi  a garantire il diritto ad una vita indipendente alle persone con disabilità permanente e grave limitazione dell’autonomia”.

Esistono infine  fondi specifici messi a disposizione dalla Comunità Europea per realizzare  progetti che possano costituire un modello, progetti  a favore delle categorie più deboli ma che rappresentino una traccia anche per ulteriori esperienze analoghe. Tutto questo va però sempre supportato da verifiche e monitoraggi che davvero assicurino percorsi di qualità.

 

   
   
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